Sul mito della crescita
“Non possiamo vivere sulla nuova Terra come se fosse quella vecchia: è una possibilità che abbiamo cancellato” ( Bill Mc Kibben )
Sergio Sabetta
In un recente libro di Bill McKibben ricordato nel numero di Aprile 2009 delle Scienze e nella seguente intervista, si viene a dibattere sui limiti della crescita, procrastinati tecnologicamente ma pur tuttavia esistenti, a cui si ricollegano i metodi utilizzati per sostenere la crescita stessa.
La sempre più stretta interdipendenza dei mercati, se da una parte ha reso più veloci e ricche le transazioni ed esteso i consumi, dall’altra ha aumentato l’attrito del sistema su uno spazio che è predeterminato anche se non ancora esaurito; la stessa evoluzione tecnologica se permette di sostenere i consumi e ne aumenta le potenzialità con l’immissione di nuove risorse economiche ed umane, presenta pur anch’essa dei limiti di crescita e delle notevoli scorie produttive, che si risolvono in un’ulteriore aumento della complessità e delle conoscenze tecnologiche, nonché delle risorse necessarie al controllo del sistema, Latouche parla delle teorie economiche come di sistemi ideologici necessari a sostenere l’economia reale industriale, ossia una “naturalizzazione” di una produzione fondata su tecnologia industriale e a giustificarne il controllo sociale insito.
Se da una parte la disponibilità di sempre nuove risorse eleva le condizioni umane e permette un continuo sviluppo scientifico e tecnologico a seguito del raggiungimento delle masse critiche necessarie in sempre più vaste aree, dall’altra si creano difficoltà relazionali che non siano fondate su un aspetto puramente economico, vi è un’accentuarsi della tensione fra empatia ed acquisizioni di beni e risorse (Rifkin e Bauman) in un difficile e sempre nuovo equilibrio. La continua specializzazione che la tecnica impone fraziona l’uomo con una sostanziale mutilazione della personalità, d’altronde la circostanza la si può leggere anche come una corazza entro cui nascondersi, ricompensata dall’accrescersi delle possibilità a disposizione cosa che tuttavia non garantisce la bontà della scelta personale; vi è la necessità di equilibrare la specializzazione tecnica con un sapere umanistico che crei valori sociali di riferimento in cui il frazionamento produttivo si ricomponga nel tessuto sociale.
Questo può senz’altro favorire un ripensamento degli attuali termini produttivi in presenza dei futuri limiti di crescita per un sistema chiuso quale è la terra, di cui il progresso tecnologico non fa che procrastinare nel tempo dei limiti che pur sussistono, aumentando nel contempo la fragilità di un sistema sempre più complesso la cui stessa complessità pone dei problemi di controllo democratico.
Si parla, quindi, di una cyber-democrazia futura che crei un’intelligenza collettiva capace di agire in tempo reale anche senza passare attraverso rappresentanti eletti periodicamente ma con immediatezza, come richiede la velocità attuale, con la conseguente urgenza di diffondere il più possibile la tecnologia necessaria, restano tuttavia i limiti del diffondersi di una ancor più necessaria coscienza civile che porti alla socializzazione dei problemi, ma anche delle capacità di analisi delle sempre più complesse e articolate strutture, economiche, politiche, tecnologiche e sociali che solo possono permettere una effettiva scelta, ne deriva la necessità di centri e reti di studio autonomi e comunque alternativi ai potentati che rendano possibile il raffronto tra informazioni, circostanza che deve agire con una coscienza civica collettiva; d’altronde solo nelle crisi di sistema nascono riflessioni e proposte alternative sia per quanto riguarda l’aspetto economico che sociale, entra in difficoltà la formula mediatica del concentrarsi sulle personalità e non sui rapporti e si ridiscutono i soggetti collettivi di enunciazione per cui ne riemergono le eccessive generalizzazioni.
Rientra in questo la stessa generalizzazione delle formule economiche, le quali risultano vincitrici per il venire meno di formule alternative che fa pensare ad una auto rappresentazione di un sistema fondato sul rapporto tra disponibilità quasi illimitata di risorse e crescita tecnologica, per cui all’eventuale diminuire delle risorse deve corrispondere un’accelerazione della tecnologia.
Come osserva Marx lo status e il potere dipendono dall’accumulo del capitale ma questi è sempre in pericolo per l’attività dei concorrenti, da questo ne consegue la necessità, nonostante aree protette, di una continua espansione, la quale pur tuttavia attraverso un conflitto interno può risolversi non solo in un aumento di efficienza nell’utilizzo delle risorse ma anche in una redistribuzione del benessere economico, questo tuttavia presuppone comunque un sistema in espansione con la necessità di inglobare nuove risorse e materiali i cui limiti esterni pertanto rimangono.
Il superamento del conflitto di classe avviene in parte anche attraverso la non classe, il negare un’identità alle nuove forze lavorative impedendone la loro organizzazione, dall’interno dello stato suddiviso in ceti, alcuni destrutturati, vi è un’esternalizzazione nella quale l’individualismo economico viene piegato nell’individuo sociale gassoso, utile ma inesistente; una nuova forma di crescita economica che riduce i costi di trasporto delle merci introiettando l’abbattimento del costo umano della produzione con il negare i diritti derivanti dal suo riconoscimento.
Il sistema economico attuale, fondato su una espansione illimitata secondo risorse illimitate, comunque lo si adatti, rimane sempre fornito di limiti fisiologici e, pertanto, sottoposto a continue sollecitazioni; la dinamica espansiva nell’accludere nuove aree geografiche nella società dei consumi crea un feedback positivo che spinge verso la catastrofe in questo potenzialmente contrastata dallo sviluppo tecnologico che agisce come stabilizzatore del sistema, ma d’altra parte questi è anche uno dei più potenti stimoli al circolo auto- catalitico, è di fatto un angelo dalla doppia faccia.
La velocità dell’espansione può risultare quindi, anziché un fatto positivo qualcosa di estremamente negativo, l’eccessiva velocità non permette di valutare e assimilare le decisioni più confacenti all’equilibrio espansivo qualitativo del sistema, concentrando l’attenzione sulle urgenze al fine di evitare le implosioni e premiando di fatto la cultura dell’accumulazione più feroce, come del resto rileva indirettamente lo stesso Mucchetti nel suo articolo “Tassi, se il rischio passa dai privati agli Stati” (Corriere della Sera, 8, anno 135, n. 80 del 4 aprile 2010).
Non si tratta tanto, quindi, di limitare la crescita ma di verificare i termini della stessa, ossia i parametri su cui attualmente si fonda, aprendo strade differenti anche se grossi interessi economici e politici tendono a mantenerla sugli attuali binari.
Bibliografia
· J. Rifkin, La civiltà dell’empatia, Mondadori, 2010;
· Z. Bauman, L’etica in un mondo di consumatori, Laterza, 2010;
· B. Mc Kibben, Sconfiggere il mito della crescita, 53 – 59, n. 500, Le Scienze, aprile 2010;
· A. e H. Toffler, La guerra disarmata. La sopravvivenza alle soglie del terzo millennio, Sperling & Kupfer, 1994.